Nel 2020 aumenta il divario tra spesa assistenziale e quella previdenziale: Il Rapporto di Itinerari Previdenziali

18 Febbraio, 2021
rapporto itinerari previdenziali

Il 16 febbraio Itinerari Previdenziali ha tenuto la conferenza stampa di presentazione dell’ottavo Rapporto su  "Il Bilancio del Sistema Previdenziale italiano. Andamenti finanziari e demografici delle pensioni e dell'assistenza per l'anno 2019".

Ecco, in sintesi, quanto emerso dalla presentazione del Rapporto:

  • Nel 2018 il disavanzo fra le entrate contributive e il costo totale delle prestazioni si è attestato a circa 20,8 miliardi. Dal 2012 (anno in cui si attestava sui 25 miliardi circa) al 2018 il disavanzo risulta dunque diminuito. Tuttavia, in considerazione dell’attuale crisi si prospetta un nuovo aumento di questo disavanzo nei prossimi anni.
  • Il numero dei pensionati dal 2008 al 2018 è diminuito e il rapporto fra occupati e pensionati è passato da 1,376 del 2008 a 1,4521 del 2018. Si stima tuttavia che, anche in questo caso come diretta conseguenza della crisi, nei prossimi due anni questo rapporto potrebbe scendere nuovamente.
  • Con riferimento a “Quota 100” e al suo necessario superamento, occorre osservare come solo il 15% degli aventi diritto è potuto andare in pensione a 62 anni. La stragrande maggior parte degli aventi diritto sono potuti andare in pensione a 64 anni, dunque poco prima dell’età “normalmente” pensionabile, segno che questa misura non ha prodotto gli effetti desiderati.
  • L’Italia è uno dei Paesi Europei che spende di più per il comparto del Sociale (compresa anche la spesa pensionistica). Dal 2012 al 2019 il costo delle pensioni sul bilancio statale è costantemente aumentato, infatti le pensioni (in misura percentuale) sono passate dal 25,74% del 2012 al 26,44% del 2019. Nel complesso la spesa per le prestazioni sociali (ivi comprese le pensioni) è passata dal 52,71% del 2012 al 56,08% del 2019. Inoltre, dal 2014 al 2019 risulta aumentata l’incidenza della spesa assistenziale su quella pensionistica pura (cioè al netto delle imposte) passando dal 56,8% al 71,91%, con un aumento della spesa a carico della fiscalità generale.
  • La spesa Assistenziale risulta aumentata in maniera incontrollata (anche a causa di numerosi fenomeni truffaldini), tuttavia è aumentata sia la povertà in termini assoluti (incidenza povertà passata dal 4% del 2008 al 7% del 2018) che in termini relativi (incidenza povertà passata dal 9,9% del 2008 all’ 11,8% del 2018). Dunque, gli interventi assistenziali seppure aumentati (anche nei costi) non hanno prodotto gli effetti desiderati.
  • Per finanziare la spesa sociale si ricorre alle imposte dirette e occorre rilevare che fondamentalmente è il ceto medio che si fa carico di questo costo in quanto il 60% degli italiani versa poco più del 9% di IRPEF (circa 16 miliardi), ma riceve “in cambio” per la sola sanità 50,3 miliardi, 70 miliardi per l’assistenza e 54 miliardi per l’istruzione. Dunque, la grande maggior parte del carico fiscale è in capo al restante 40% della popolazione, ma soprattutto al 13% (redditi da 35mila euro in su) che versano quasi il 60% di tutta l’IRPEF. Con queste proporzioni risulta dunque difficile finanziare il adeguatamente il welfare.
  • Da ultimo si ritiene che il reddito di cittadinanza si sia rivelato un grande fallimento che ha avuto il solo effetto di aumentare la spesa pubblica distraendo risorse pubbliche dagli investimenti sul lavoro e lo smart working viene considerato (ove possibile) una nuova opportunità. Occorre ritornare a ragionare con forza sul tema dell’invecchiamento attivo rivendendo anche alcune rigidità tipiche del nostro mercato del lavoro.