Psicologia e infanzia

Quando nasce un bambino…?! Un bambino nasce, prima di ogni cosa, nella nostra testa, nel nostro "immaginario": fa parte dei nostri sogni e dei nostri desideri. Quante volte ci ritroviamo a pensare come sarà… al punto che immaginiamo la sua fisionomia…. assomiglierà alla mamma o al papà?

E non solo pensiamo a lui/lei fisicamente, ma percorriamo fantasticamente quella che vorremmo fosse la sua vita futura. Durante tutto il periodo della gravidanza ci nutriamo di queste aspettative. Questo è già il primo carico emotivo che dovremo imparare a gestire con la sua nascita. Il bambino che nasce è una persona a sé stante, e molte volte il suo modo di essere può non corrispondere all’idea che ci eravamo fatti. Egli merita rispetto ed accoglienza per quello che è e che sarà, e non può rappresentare la rivalsa e la realizzazione dei nostri sogni incompiuti o mai realizzati.

Durante il primo anno di vita emozioni e sentimenti sono l’alimento della sua vita affettiva.
Proprio da questo intreccio nasce la sua capacità di amare e essere amato. Infatti il linguaggio dei sentimenti precede quello della parola. I genitori, ed in particolare la madre, in una primissima fase e poi il padre, debbono alimentare il suo sviluppo affettivo, perché attraverso questo il bambino impara a pensare ed, a poco a poco, a parlare. Queste poche note, sicuramente insufficienti, hanno lo scopo di accompagnarvi durante il “cammino difficile”, perché mai espressamente insegnato, del diventare genitori.

Dalla nascita ai due anni...: Nella prima fase, il pianto è l’unico mezzo che il neonato ha per comunicare i suoi stati d’animo e i suoi bisogni. E’ istintivo, soprattutto per le mamme alla prima esperienza, accorrere immediatamente per colmare la richiesta che viene da quel pianto. Non bisogna mai sottovalutare il richiamo che viene rivolto, ma non bisogna neanche rispondere senza aver compreso che cosa ci viene chiesto. L’intervallo tra il pianto del neonato e la risposta è essenziale per lo sviluppo. Comprendere il pianto significa capire e rispettare le esigenze del neonato. Lui/Lei impara presto che il suo richiamo produce dei cambiamenti ed attraverso questi impara a conoscere il mondo che lo circonda. Dobbiamo accettare che lui/lei è un essere distinto da noi e non possiamo sostituirci a lui/lei per evitare sofferenze o frustrazioni. L’importante è esserci! L’importante è passare messaggi di calore e di sicurezza!

Man mano che il bambino/a cresce sempre più utile sarà seguire queste piccole regole perché aumentano per lui/lei la consapevolezza di "nuove avventure". La prima in assoluto è il momento del sonno: spesso l’atteggiamento dei genitori è ansioso, perché affiorano le mille paure legate all’addormentamento. I genitori devono rasserenarsi e non assecondare il bambino/a che percepisce la loro ansia. Non è necessario cullarlo per tutta la casa, o dare abitudini di cui ci si potrà pentire. L’atteggiamento deve essere molto sereno. Lasciare il neonato nella culla farà in maniera che lui/lei escogiti i suoi metodi per addormentarsi. Il neonato deve imparare a lasciarsi andare; lui/lei può trovare l’occasione per cominciare a crearsi risorse interiori. Altro passo importante è lo svezzamento.

Questo momento è delicato anche per la mamma, perché s’interrompe quel rapporto così stretto di dipendenza con il figlio. I sentimenti sono tanti e contrastanti tra loro. La mamma teme di perdere "quel legame così speciale", pensa che nessuno, oltre lei, può capire il "suo" bambino/a. E’ la gioia che deve prevalere, perché quel distacco è un’altra apertura verso il mondo! Quando, però, il rapporto tra madre e figlio diventa così stretto da rendere difficile il distacco, grande importanza ha la figura del padre, che può e deve alleggerire la sua compagna dal groviglio di emozioni in cui si trova. Il bambino è naturalmente egocentrico, ma la presenza paterna gli insegnerà che esistono anche altri rapporti.

Dai due ai cinque anni...: Una delle caratteristiche dell’età compresa tra i due e cinque anni è che il mondo viene vissuto dal bambino come qualcosa di magico. La realtà non è ancora ben distinta dalla fantasia. Ciò che lo circonda è fatto dalla famiglia e da piccoli gruppi di persone. I problemi che i piccoli si trovano ad affrontare insieme ai genitori, in questo periodo, riguardano i sentimenti forti e la necessità di adeguarsi a certe norme di comportamento. Sono ancora i genitori a fare da intermediari fra loro e il mondo.
C’è ancora il rischio, però, per i genitori, che questa funzione di mediatori faccia confondere la loro percezione delle cose con quella dei figli. Bisogna sempre vigilare e distinguere ciò che si prova da quello che provano i figli. Ricordiamo sempre che essi sono “persone” non sempre uguali a noi. Importante sarà fissare dei limiti ed imparare a dire no, quando lo si riterrà necessario.

Solo così i figli, che sentono la vicinanza dei genitori come supporto, continuano a sviluppare le loro risorse e si avviano fiduciosi verso l’autonomia che li porterà fuori di casa, dove c’è un intero mondo sconosciuto che li aspetta.

Dott.ssa Anna Barbara Pacifico - Psicologa-Psicoterapeuta

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