Previdenza, Assistenza e Sanità nel Rapporto 2016 della Corte dei Conti sul coordinamento della finanza pubblica

Mercoledì, 20 Aprile, 2016
Previdenza, Assistenza e Sanità nel Rapporto 2016 della Corte dei Conti sul coordinamento della finanza pubblica

La Corte dei Conti nel Rapporto 2016 sul coordinamento della finanza pubblica ha dedicato due capitoli, uno alla Previdenza ed Assistenza ed uno alla Sanità. Le conclusioni alle quali giunge la Corte collimano perfettamente con le posizioni assunte dall’Anap su entrambe le materie.

In particolare la Corte dei Conti sostiene:

  1. che il Sistema pensionistico è in equilibrio (a patto che l’Italia torni, da subito, anche se gradualmente, su un sentiero di crescita moderata). E questo fuga ogni dubbio sugli allarmismi che da più parti vengono sollevati riguardo alla tenuta del sistema, allarmismi, che ad avviso dell’Anap, potrebbero non solo alimentare un pericoloso contrasto intergenerazionale, ma anche  avallare politiche restrittive a danno dei pensionati già gravemente danneggiati dagli ultimi provvedimenti relativi alla rivalutazione delle pensioni;
  2. che i tagli alla sanità cominciano a riflettersi sulla qualità dei servizi. Ed anche questo fenomeno è stato più volte sollevato dall’Anap che ha auspicato che eventuali economie che dovessero prodursi a seguito della auspicata razionalizzazione del sistema sanitario (si è parlato a lungo nel recente passato di un “tesoretto” a disposizione del Ministero della Salute) vadano reinvestiti nella sanità e non utilizzati per “fare cassa”.

Per opportuna conoscenza, riportiamo comunque di seguito il Rapporto della Corte su questi due temi:

LA SPESA PER PREVIDENZA E ASSISTENZA

Alla fine del 2014, la spesa previdenziale ha quasi raggiunto i 300 miliardi, poco più dei due terzi della complessiva spesa per la protezione sociale, risultando in larga parte (87,2 per cento) assorbita dalle prestazioni pensionistiche (15,9 per cento del Pil).

Si tratta di dimensioni che scontano una significativa crescita durante gli anni della crisi, con un’impennata (+22 per cento) fra il 2007 e il 2014 che non ha pari fra le altre spese correnti ed è soprattutto il frutto della componente pensionistica, sospinta da fattori demografici di lungo periodo e da determinanti economiche relative a periodi di crescita più sostenuta.

Tali evidenze incorporano ancora in misura limitata le riforme, culminate nell’intervento di fine 2011, che hanno portato alla costruzione di un sistema con regole di accesso e di calcolo uguali per tutti, meno distorto nei confronti del pensionamento anticipato e finanziariamente sostenibile.

Il confronto fra lo stock delle pensioni vigenti e i trattamenti di nuova liquidazione consente di cogliere i primi risultati in ordine alle principali determinanti della spesa: il numero dei trattamenti, la loro distribuzione fra anzianità e vecchiaia, l’importo medio delle nuove pensioni liquidate.

Gli effetti delle nuove norme emergono chiaramente osservando l’andamento delle pensioni liquidate che, abbastanza stabile fino al 2007, successivamente inizia a ridursi, soprattutto a seguito del crollo ad un terzo delle fuoruscite per vecchiaia delle donne.

Un fenomeno, questo, che riflette in larga parte l’innalzamento dell’età media che, nell’arco di otto anni, è cresciuta di un anno e mezzo per le pensioni di anzianità e di tre anni e mezzo per le pensioni di vecchiaia.

Diverso è il quadro che si configura per il futuro. Le previsioni a lungo termine segnalano un andamento della spesa pensionistica, come pure di quella per prestazioni sociali nel loro complesso, “rassicurante” (circa 2 punti in meno l’incidenza sul Pil) e, comunque, tale da distinguere l’Italia rispetto alla gran parte degli altri Paesi europei.

Il ciclo ventennale di riforme - avviato, fin dagli anni novanta - è riuscito a dare una risposta anticipata agli effetti del progressivo invecchiamento della popolazione sulla sostenibilità finanziaria della spesa previdenziale. Il nuovo sistema, oltre ai pregi, evidenzia tuttavia incertezze e rischi.

Fra le prime:

  1. la pensione dei lavoratori poveri (quel 20 per cento di pensionati che riceve un trattamento mensile inferiore a 750 euro), un fenomeno che trae origine dalla partecipazione discontinua al mercato del lavoro e che vede particolarmente esposte le donne e, più in generale, l’ampia coorte di lavoratori soggetta a rapporti di lavoro precari;
  2. la flessibilità in uscita dal mercato del lavoro, nella considerazione che le ragioni finanziarie della riforma del 2011 (trasferire al futuro i flussi finanziari di uscita del sistema pensionistico e modificare il profilo temporale della spesa attesa) possano comportare dei costi rilevanti non solo per i giovani in cerca di lavoro, ma anche per il sistema delle imprese.

I rischi, invece, sono legati all’evoluzione del quadro economico e sociale e scaturiscono dalle incertezze che circondano le variabili su cui poggiano le valutazioni sulla sostenibilità finanziaria di lungo periodo (ipotesi demografiche, di crescita del prodotto, di partecipazione degli individui al mercato del lavoro, di sostenibilità sociale del flusso migratorio ipotizzato, ecc.).

Il sistema pensionistico, insomma, è in equilibrio a patto che l’Italia torni, da subito, anche se gradualmente, su un sentiero di crescita moderata.

 

LA SANITÀ E GLI OBIETTIVI DI FINANZA PUBBLICA

I primi dati sul consuntivo del 2015 confermano le tensioni sul fronte della spesa sanitaria. I risultati di esercizio (considerando le aziende in avanzo e alcune correzioni) presentano un seppur limitato peggioramento: le perdite aumentano dagli 870 milioni del 2014 a circa 1 miliardo, quale effetto di una sostanziale invarianza dei ricavi a fronte di un lieve aumento dei costi. Considerando le ulteriori coperture contabilizzate nei CE (ma non ancora validate dai Tavoli di monitoraggio), nel complesso si registra un avanzo di 346 milioni rispetto all’utile di 148 milioni dello scorso anno. Negli anni della crisi, il contributo del settore sanitario al risanamento è stato di rilievo: una flessione della spesa in media di 2 punti all’anno, in termini reali, tra il 2009 e il 2014.

Si è ampliato il divario con gli altri Paesi in termini di risorse (pubbliche e private) destinate alla spesa sanitaria: gli importi sono oggi inferiori della metà a quelli tedeschi e del 20 per cento a quelli francesi. I dati Ocse offrono alcuni spunti di riflessione:

  • dal punto di vista delle strutture di assistenza, non dissimile è la numerosità del personale medico (i medici per 1000 abitanti sono 3,9 in Italia contro 4,1 in Germania, 3,1 in Francia e 3,7 in Spagna);
  • si amplia il distacco in termini di posti letto, sensibilmente inferiori in Italia (3,4 per 1000 abitanti contro 8,3 in Germania, 6,3 in Francia e 4,8 in media nei paesi Ocse);
  • alla riduzione delle strutture ospedaliere non corrisponde, tuttavia, un recupero dei posti in strutture residenziali LTC in rapporto alla popolazione anziana;
  • positivo il confronto in termini di utilizzo delle strutture e contenimento degli interventi inappropriati, ma con evidenti margini per un recupero ulteriore;
  • elevate le dotazioni tecnologiche.

La flessione della spesa pubblica nel settore ha comportato un peggioramento delle condizioni sotto due aspetti: l’aumento del contributo richiesto direttamente ai cittadini: nel 2013 esso costituiva il 3,2 per cento della spesa complessiva, a fronte di importi ben più contenuti in Germania (1,8 per cento) e Francia (1,4 per cento). Ma anche una crescita dei casi di rinuncia alle cure per motivo di costo e di liste d’attesa (esami medici e cure dentali).

Vi sono, poi, indizi di rinunce meno evidenti. L’arrivo di nuovi farmaci ad alto costo e il confronto della loro diffusione nei principali Paesi europei, oltre a far presagire l’impossibilità di garantire a lungo l’invarianza (in termini nominali) della spesa farmaceutica, porta ad interrogarsi se l’equilibrio finanziario sinora mantenuto non dipenda solo dall’ottenimento di sconti, payback e da prezzi inferiori alla media EU, ma anche da un minor ricorso a farmaci di recente approvazione.

Nei prossimi anni il settore dovrà riassorbire le rilevanti differenze a livello territoriale e assicurare il contributo richiesto al risanamento finanziario. Ciò richiede una valutazione dei margini di manovra che possono derivare dal superamento di inefficienze gestionali e organizzative e un’attenta verifica della funzionalità degli strumenti finora utilizzati.

Il successo dei Piani di rientro è evidente dal punto di vista non solo economico finanziario, ma anche del miglioramento nella qualità dei servizi e nella garanzia dei LEA. Consistenti “output gap” sanitari dimostrano, tuttavia, quanto sia urgente destinare ad un adeguamento dell’offerta le risorse ottenibili dal riassorbimento di inefficienza ed eccesso di costi ancora presenti.

Il recupero di efficienza nella spesa non riguarda solo le regioni in Piano. Di qui, l’importanza di efficaci meccanismi di controllo della spesa e di un più appropriato utilizzo delle strutture e risorse pubbliche.

I risultati degli ultimi esercizi hanno messo in evidenza le difficoltà di alcuni strumenti:

 

  • i tetti alla spesa e il payback sui farmaci (che si vuole estendere ai dispositivi medici) non riescono a incidere su dinamiche della spesa sottoposte ad esigenze diverse da quelle finora conosciute;
  • la regolazione degli acquisti attraverso il ricorso a prezzi di riferimento si scontra con la forte varietà e disomogeneità dei prodotti. I dati diffusi dall’Anac se, da un lato, confermano margini di risparmio consistenti, dall’altro, segnano la difficoltà di ottenere risultati significativi in un mercato in rapida mutazione anche in termini di innovazione;
  • è necessario rendere più appropriato e mirato l’accesso alle prestazioni (tickets), e dare flessibilità gestionale a strutture in continua ricerca di un equilibrio.

Al tempo stesso, per rimuovere le distorsioni e monitorare di continuo il conseguimento dei risparmi attesi e la tenuta degli obiettivi di qualità dei servizi, si può contare oggi sulle crescenti potenzialità dei sistemi informativi. Di qui, l’importanza di una manutenzione continua della strumentazione e dell’estensione di esperienze positive che caratterizzano la gestione della sanità in questi anni, per consentire una risposta adeguata alle esigenze di un sistema che si deve confrontare con nuove opportunità di cura e esigenze crescenti di una popolazione tra le più longeve.