Tra l'incudine e il martello. Regioni e nuovi rischi sociali in tempo di crisi

Giovedì, 2 Maggio, 2013
Tra l'incudine e il martello. Regioni e nuovi rischi sociali in tempo di crisi

Oggi vorremmo proporre la lettura di un libro quanto mai interessante sul welfare: «Tra l’incudine e il martello. Regioni e nuovi rischi sociali in tempo di crisi» Riformare il welfare in tempi di crisi non è una sfida facile. Dare risposte concrete ai bisogni crescenti dei cittadini, con risorse decrescenti (i colpi di accetta sono arrivati a ridurre della metà le risorse degli enti locali), sembra quasi una missione impossibile. Eppure, le regioni e gli enti locali sono stati capaci, nonostante i vincoli imponenti, di sperimentare nuove forme e nuovi modelli organizzativi di protezione sociale, rivisitando e riaggiustando il "vecchio" stato sociale.

Il volume  edito da Il Mulino mette a confronto cinque regioni italiane (Emilia-Romagna, Piemonte, Lombardia, Toscana e Puglia) e le loro specifiche risposte ai nuovi rischi sociali: la non-autosufficienza degli anziani; l’integrazione degli immigrati e dei loro nuclei familiari; la conciliazione tra famiglia e lavoro; la perdita del lavoro in assenza di requisiti adeguati per accedere alle tutele tradizionali; i bisogni mutevoli di assistenza sanitaria; la povertà in aumento nonostante il lavoro. Tra difficoltà, opportunità e sforzi congiunti di pubblico e privato, le regioni stanno affrontando una partita cruciale, su cui si giocherà il futuro delle istituzioni del welfare e quindi, e soprattutto, del nostro paese.

Se le sfide cambiano e il contesto pure, innovare non è una scelta. E’ un obbligo. Ecco due esempi, riportati da “La Stampa”:
Sfida n.1.  L’alleanza con la generazione pivot. In tempi difficili, sono soprattutto gli adulti attivi quelli a cui si può chiedere aiuto, schiacciati a mo’ di sandwich tra la responsabilità di assistere la generazione successiva (figli e nipoti) e quella precedente. Nel paese più vecchio d’Europa, gli ultra-ottantenni (5,8% contro il 4,7% come media europea) «pesano» sul bilancio pubblico 6 volte di più di chi ha fino a 50 anni (3000 euro pro-capite contro 500). I welfare locali sono dunque stati rimaneggiati e riaggiustati con un mix di risposte che vanno dal tutto pubblico al tutto privato, ma che tendono in ogni caso alla de-istituzionalizzazione della cura e quindi richiedono una alleanza con la generazione di mezzo: dagli assegni di cura all’assistenza domiciliare sovvenzionata, dai centri diurni alle case di riposo con rimborso pubblico parziale o totale, dal sostegno per le badanti alla promozione delle «badanti di condominio», dalle polizze sanitarie alla banca delle ore come benefici integrativi del welfare aziendale.
 Sfida n.2. Il cambiamento dei modelli organizzativi. La rete dei servizi è stata completamente ridisegnata nei territori. Come gli aeroporti, le strutture ospedaliere sono delle reti con al centro ospedali più grandi e altamente specializzati e intorno piccoli presidi per degenze ordinarie e a ciclo breve. Senza troppi traumi, a detta di alcuni. «La gente normalmente non va a comprarsi le scarpe nel paesino piccolo dove dovrebbe essere chiuso l’ospedale, se le va a comprare nel grande centro urbano... si figuri se non va ad usufruire dei servizi sanitari nella grande città... non è che dice "le scarpe me le vado a comprare in città mentre la craniotomia mela voglio fare sotto casa"...». E i nuovi ospedali sono strutture ad alta intensità di cura dove i pazienti non viaggiano in barella tra un reparto all’altro, sono i medici che si spostano. Ci sono poi le Case della salute h24, che mettono insieme cure primarie e prestazioni specialistiche, evitando agli utenti una processione infinita tra i vari pezzi del sistema. Tutto cucito insieme da finanziamenti che solo per il 61% sono pubblici, mentre il restante 39% sono privati (tra contratti outdoor per i fornitori e compartecipazione dei cittadini). Il discorso sul welfare ha dunque bisogno di un nuovo repertorio di soluzioni, di un nuovo lessico e di un rapporto virtuoso tra pubblico e privato. «Thinking out of the box», dicono gli anglo-sassoni: «pensare fuori dalla scatola», sfuggire dagli schemi triti e ritriti del passato o dalla lamentela perenne rimpiangendo ciò che non ci sarà più. Gli enti locali ci stanno provando, seppure tra mille difficoltà e un disagio sociale sempre più mordente. Con la furia smisurata del burocrate di strada che sul territorio non molla la presa. E la risposta dal basso all’asfissia del centro, che spicca ancora di più in tempi di stallo e di ristagno istituzionale come quelli di oggi.