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Caffè e demenza: il consumo moderato riduce il rischio del 18%
Un’ampia ricerca pubblicata sulla rivista scientifica JAMA ha gettato nuova luce sulla relazione tra abitudini alimentari e salute del cervello. Lo studio ha monitorato 131.821 partecipanti per un periodo eccezionale di 43 anni, identificando oltre 11.000 casi di demenza attraverso cartelle cliniche e certificati di morte. I risultati indicano che un consumo abituale di caffè caffeinato è associato a una significativa riduzione del rischio di sviluppare patologie cognitive.
I numeri dello studio e il ruolo della caffeina
I ricercatori hanno rilevato che chi consuma regolarmente caffè presenta un rischio di demenza inferiore del 18% rispetto a chi non ne assume. Un dettaglio fondamentale emerso dall’analisi riguarda la natura della bevanda: l’effetto protettivo è strettamente legato alla caffeina. Il caffè decaffeinato, infatti, non ha mostrato la stessa associazione positiva, suggerendo che il beneficio derivi proprio dalle proprietà biologiche della caffeina stessa.
Dal punto di vista biochimico, la caffeina agisce come antagonista dei recettori dell’adenosina, in particolare del sottotipo A2A. Questo meccanismo è già noto alla scienza medica, poiché i recettori A2A sono coinvolti in processi critici della malattia di Alzheimer, come la neuroinfiammazione e la tossicità legata alla proteina tau. È interessante notare che farmaci basati su principi simili sono già approvati per il trattamento del Parkinson.

Quanto caffè bere per la prevenzione?
L’analisi ha evidenziato una relazione non lineare, identificando una “soglia ideale” per ottenere i massimi benefici. Il dosaggio ottimale sembra essere di circa 2-3 tazzine di caffè al giorno. Risultati simili, sebbene con volumi differenti, sono stati riscontrati anche per il tè (1-2 tazze al giorno). Oltre alla riduzione del rischio di demenza, lo studio ha riportato:
- Un modesto miglioramento nei test di stato cognitivo condotti telefonicamente.
- Una minore prevalenza di declino cognitivo soggettivo (7,8% contro il 9,5% dei non consumatori).
Confronto con le terapie farmacologiche
Sebbene si tratti di uno studio osservazionale, il segnale emerso è rilevante se confrontato con i costosi farmaci anti-amiloide sviluppati negli ultimi anni. Ad esempio, il lecanemab ha mostrato una riduzione del declino cognitivo del 27% in 18 mesi, ma a fronte di costi elevatissimi e rischi di effetti collaterali come l’edema cerebrale. Il caffè, al contrario, rappresenta un presidio dietetico economico, ampiamente diffuso e privo di rischi significativi per la popolazione generale.
Nonostante la solidità dei dati su larga scala, i ricercatori invitano alla prudenza. Essendo una ricerca basata sull’osservazione, non si può escludere completamente la “causalità inversa”: è possibile che le persone nelle fasi iniziali di un declino cognitivo non ancora diagnosticato tendano a ridurre spontaneamente il consumo di caffè. Tuttavia, la durata del monitoraggio (quattro decenni) e le valutazioni dietetiche ripetute ogni 2-4 anni rafforzano l’ipotesi di un reale effetto protettivo della caffeina sul lungo periodo.
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