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I giorni di degenza media in ospedale in Italia nel 2022 erano 7,2: la situazione con il potenziamento dell’assistenza territoriale è migliorata?
I dati OCSE sulla durata della degenza media posizionavano l’Italia tra i Paesi con permanenze più lunghe. Ma il vero nodo non è l’efficienza clinica dei reparti, bensì la difficoltà del sistema post-ospedaliero di prendere in carico i pazienti stabilizzati. La posizione del Governo sulle Case di Comunità rappresenta uno snodo cruciale per passare dalla logica del posto letto a quella dei percorsi di cura integrati.
I dati pubblicati dall’OCSE (Length of Hospital Stay) riferiti al 2022 tracciano un quadro variegato e complesso in ambito internazionale. Se da un lato il confronto globale evidenzia estremi che vanno dai 16,1 giorni del Giappone ai 4,2 della Turchia, dall’altro il posizionamento dei Paesi europei impone un’attenta rilettura. In questo contesto, l’Italia registra una degenza media di 7,2 giorni, collocandosi nella parte più alta della graduatoria continentale e superando partner europei come la Francia (5,6 giorni), la Svezia (5,4) o la Norvegia (5,9).
Trarre da questo numero la conclusione affrettata di un’inefficienza strutturale degli ospedali italiani sarebbe fuorviante. Come evidenziato anche dalle analisi svolte sulla stampa specializzata, la permanenza protratta oltre la fase acuta non riflette una lentezza nei processi diagnostici o terapeutici interni ai reparti, ma è il sintomo diretto di una criticità situata a valle del ricovero. Inoltre, sarebbe opportuno disporre di dati più aggiornati in quanto dal 2022 ad oggi l’Italia ha avviato un’ampia azione di sviluppo dell’assistenza territoriale anche grazie al PNNR.
Il costo clinico e organizzativo dei giorni non necessari
La vera variabile da monitorare non è la durata assoluta della degenza, quanto i giorni di ricovero clinicamente non necessari. Un paziente la cui fase acuta è conclusa dovrebbe poter uscire dall’ambiente ospedaliero. Quando ciò non avviene, la causa risiede soprattutto nella insufficienza di reti intermedie:
- Mancanza di posti nelle strutture riabilitative o nelle RSA.
- Assenza o ritardo nell’attivazione dell’Assistenza Domiciliare Integrata (ADI) o delle dimissioni protette.
- Carenza di presidi di prossimità in grado di accogliere e gestire la cronicità.
Tenere un paziente in ospedale oltre il dovuto genera un duplice danno. Da un lato c’è il costo economico e gestionale, poiché la degenza per acuti ha costi fissi elevati e blocca risorse e posti letto necessari ad altri malati. Dall’altro c’è il rischio clinico per il paziente stesso, esposto inutilmente a infezioni correlate all’assistenza e al declino funzionale tipico del prolungato allettamento, particolarmente insidioso per gli anziani.
Il quadro politico: il bilancio sulle Case di Comunità
Per rispondere a questa problematicità tra ospedale e territorio, l’azione politica e di programmazione sanitaria ha individuato nella medicina di prossimità la leva fondamentale. Tracciando il bilancio a quattro anni dall’insediamento dell’Esecutivo, il Ministro della Salute Orazio Schillaci ha sottolineato il ruolo prioritario attribuito alle strutture territoriali.
In particolare, il Ministro, in occasioni diverse, ha detto:
«Oltre 1.200 Case di Comunità operative. Ora la sfida è farle conoscere e usarle per rafforzare la sanità territoriale».
«Le Case di Comunità sono una rivoluzione dalla quale non possiamo tirarci indietro. Saranno la terza gamba del SSN, segnando un vero e proprio cambio di passo per la sanità italiana. L’obiettivo è garantire a tutti i cittadini le stesse opportunità di cura indipendentemente dal luogo di residenza e dalle condizioni economiche, nel rispetto dell’articolo 32 della Costituzione».
«Su questo progetto serve uno sforzo corale di tutti gli attori, ma l’obiettivo è assolutamente raggiungibile. Il nostro impegno comune deve essere quello di costruire una sanità più moderna, più efficace, più innovativa e più vicina alle persone, capace di utilizzare le opportunità offerte dalla tecnologia senza mai perdere la propria dimensione umana».
Il Ministro ha confermato che l’impegno per l’integrazione territoriale proseguirà con impegno e determinazione anche nel seguito della legislatura.
Dal posto letto al percorso di cura
Il confronto dei dati di degenza media tra l’Italia e il resto d’Europa dimostra che i sistemi sanitari più resilienti non sono quelli che “tagliano” la permanenza a monte, ma quelli che offrono un’alternativa sicura e continuativa a valle.
Finché la rete territoriale non sarà del tutto strutturata e integrata con i presidi ospedalieri, l’ospedale continuerà a fungere da ammortizzatore improprio dei bisogni assistenziali e sociali insoddisfatti. Spostare il focus dalla misurazione del “posto letto” al governo del “percorso di cura” rappresenta l’unica strada percorribile per garantire la sostenibilità economica del SSN e la qualità dell’assistenza ai cittadini. Le intenzioni del Governo in questo senso sono ottime. Staremo a vedere i risultati.
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