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Novità » Anziani in Italia: Rapporto Censis

Anziani e fragilità: il rapporto Censis sullo stato dei fatti e le prospettive per un futuro di dignità e tutele

  • 6 Luglio, 2026
rapporto censis
Il Rapporto Censis 2026 esplora la fragilità dei longevi in Italia. ANAP evidenzia la solidità delle famiglie e l'importanza dell'autonomia degli anziani.
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rapporto censis
I Punti Chiave

I dati presentati a Roma dal Censis fotografano un Paese sempre più vecchio, dove il bisogno di aiuto è raddoppiato in vent’anni. Davanti all’isolamento di molti pensionati, la sfida per le istituzioni e le associazioni è costruire un welfare di prossimità che non lasci sole le famiglie. Le considerazioni dell’Anap sulla reale portata, meno pessimistica, del “raddoppio del bisogno”.

Il 2 luglio 2026 è stato presentato a Roma il nuovo Rapporto del Censis intitolato “Invecchiare nell’Italia della longevità. Come costruire un Paese a misura di anziani”. L’evento, introdotto e moderato dal Segretario Generale del Censis Giorgio De Rita e presentato dalla ricercatrice Chiara Ryan, ha visto gli interventi di numerosi esperti.

Ecco una sintesi del Rapporto.

Anziani: sempre più fragili e bisognosi di aiuto nella vita di tutti i giorni

Il 36,6% degli anziani dichiara che, seppure autosufficiente, ha comunque bisogno di qualche aiuto nella vita quotidiana. In vent’anni la percentuale di persone con 65 anni e oltre che si sente fragile e chiede un supporto è raddoppiata: nel 2006 era pari al 18,3%. Oggi al 31,7% capita di tanto in tanto di avere bisogno di aiuto, al 4,9% capita spesso perché sperimenta parecchie difficoltà nelle attività ordinarie. Si dichiara totalmente non autosufficiente l’1,4% degli intervistati e totalmente autosufficiente il 62,0%. Però nel 2006 si definiva totalmente autosufficiente il 78,8%: 16,8 punti percentuali in più rispetto ad oggi. È quanto emerge dal Rapporto realizzato dal Censis e presentato a Roma.

Oltre la retorica della longevità

L’89,6% dei longevi dichiara che, per quanto ci si possa prendere cura di sé stessi, il declino fisico non si può fermare. Il 79,3% dei longevi si è rassegnato al fatto che certi cambiamenti legati al tempo che trascorre sono irreversibili, definitivi. C’è una nuova consapevolezza della fragilità legata all’età che avanza. Un approccio diverso dalle retoriche della longevità attiva, della performance anche in età avanzata. Inoltre, per il 79,8% dei longevi accettare la vecchiaia come condizione permanente aiuta a dare più valore al presente.

Rischio alto per il Paese più vecchio d’Europa

I fabbisogni legati alla vecchiaia rappresentano una sfida decisiva per l’Italia, visto che già oggi le persone con almeno 65 anni costituiscono il 25,1% della popolazione totale, dato che rende l’Italia il Paese più longevo dell’Unione europea. Un’onda grigia potente che può diventare un problema perché si affianca al crollo della natalità e al rarefarsi dei giovani. Nel periodo 1951-2025 i minori fino a 17 anni sono diminuiti del 38,8% e i giovani tra i 18 e i 34 anni del 18,9%. Le persone di età tra 35 e 64 anni sono invece aumentate del 53,7% e quelle con almeno 65 anni del 248,6%. Le proiezioni demografiche al 2050 indicano che gli anziani saranno oltre 18,9 milioni, il 34,6% del totale: più di un italiano su tre.

Ma quando si diventa anziani?

Secondo gli attuali over 65, si diventa anziani in media a 76,7 anni. Infatti, pensa che si diventi anziano a 65 anni il 5,7% degli attuali anziani intervistati, a 70 anni il 16,6%, a 75 anni il 24,5%, a 80 anni il 28,7%, a 85 anni il 14,5%, mentre il 9,5% non ritiene che ci sia un’età precisa e il 10,0% non esprime un’opinione. In sintesi, il 41,0% degli intervistati fissa l’età di accesso alla vecchiaia tra i 70 e i 75 anni, e oltre il 43% al di là dell’80° anno di vita. In ogni caso, al di là dell’età, per il 69,4% dei longevi si diventa anziani se si perde l’autosufficienza, per il 24,9% in caso di morte di amici e coetanei, per il 22,3% in caso di morte del coniuge, per l’8,0% al momento del pensionamento e per il 4,2% quando si diventa nonni.

Dalla quantità alla qualità: vivere bene, piuttosto che vivere a lungo: l’82,8% degli anziani indica come sua maggiore paura di dover dipendere dagli altri in futuro, il 33,5% teme la morte. Solo il 16,5% degli intervistati è interessato a vivere fino a 120 anni. Per gli anziani non conta tanto la durata della vita, quanto la sua qualità e soprattutto preservare l’autonomia, per non dipendere dagli altri.

La famiglia come perno dell’assistenza: la famiglia resta il fulcro del sistema di cura per gli anziani. In caso di necessità, il 52,7% conta sui figli, il 49,6% su coniugi e conviventi, il 16,0% su altri parenti, il 10,8% su amici e conoscenti, il 7,0% sulle badanti e l’1,9% su infermieri o assistenti domiciliari delle strutture pubbliche. Il 7,8% non ha alcuno su cui contare, deve affrontare da solo ogni difficoltà.

Rischio solitudine: al 62,3% degli anziani capita di sentirsi solo. All’8,9% capita sempre o spesso, al 22,8% qualche volta, al 30,6% raramente. Al 37,7% invece non capita mai di sentirsi solo. In concreto, vive solo il 29,5% degli anziani, quota che sale al 37,0% tra chi ha 75 anni e oltre e al 49,9% tra chi ha almeno 85 anni.

Alla presentazione del Rapporto sono intervenuti:

  • Elsa Fornero (Economista, già Ministra) che si è concentrata sulla sostenibilità economica e sociale, evidenziando come l’invecchiamento della popolazione non debba essere visto solo come un costo, ma richieda una profonda riorganizzazione del welfare e della previdenza complementare. Ha sottolineato inoltre la necessità di politiche che non scarichino interamente sulle famiglie (e sulle donne) il peso della cura;
  • Alessandro Rosina (Demografo) che ha messo in luce il forte squilibrio demografico italiano (tanti anziani, pochissime nascite). Ha evidenziato poi che la vera sfida non è solo “aggiungere anni alla vita”, ma assicurare la qualità di quegli anni. Se non si interviene sulle reti di supporto e sulla valorizzazione della transizione generazionale, il sistema rischia il collasso strutturale;
  • Vincenzo Paglia (Arcivescovo e Presidente emerito Pontificia Accademia per la Vita) il quale ha posto l’accento sulla dimensione umana e spirituale dell’invecchiamento, criticando duramente l’isolamento in cui versano molti anziani (il rapporto rileva che un 85enne su due vive solo). Ha infine esortato a ricostruire un “patto sociale e comunitario” che ridia centralità e dignità alla vecchiaia, contrastando la solitudine;
  • Emanuela Notari (Esperta di Longevity Planning) la quale ha affrontato il tema della programmazione della longevità, spiegando che l’aumento delle fragilità impone ai cittadini e alle istituzioni nuove scelte in termini di prevenzione, gestione della non-autosufficienza e tutela del reddito sul lungo periodo.

Il Punto dell’Anap

Il Rapporto del Censis offre un’analisi molto dettagliata della situazione della fragilità degli anziani ed evidenzia la necessità e l’urgenza di una politica più attenta alle esigenze di una popolazione che invecchia sempre di più. Una necessità ribadita anche dagli esperti che si sono succeduti.

Tuttavia, leggendo il Rapporto si potrebbe ricavare una sensazione eccessivamente negativa degli anziani di oggi. I dati, viceversa, a nostro avviso, offrono anche una chiave di lettura decisamente più incoraggiante e proattiva. In particolare:

  • Il 79,8% degli anziani intervistati dichiara infatti, che accettare la vecchiaia come condizione permanente aiuta a dare più valore al presente. Questo dimostra una profonda maturità psicologica ed emotiva, lontana dall’ansia della “performance giovanile” a tutti i costi.
  • Nonostante il forte isolamento logistico, ben il 37,7% degli anziani dichiara di non sentirsi mai solo. Significa che oltre un terzo della popolazione anziana possiede un’ottima solidità emotiva o reti relazionali (anche a distanza) che funzionano egregiamente da scudo psicologico.
  • Di fronte, poi, alle carenze del welfare pubblico, la famiglia italiana tiene ancora botta in modo straordinario. Il 52,7% degli anziani sa di poter contare sui figli e il 49,6% sul coniuge. Questo indica la permanenza di un forte capitale sociale e relazionale intergenerazionale.
  • Il 62% degli over 65 si dichiara, infine, totalmente autosufficiente. Pur essendo una quota inferiore rispetto al passato, rappresenta comunque la netta maggioranza della popolazione anziana che vive, gestisce e popola le nostre comunità in autonomia.

Il rapporto Censis specifica, inoltre, che il 36,6% degli anziani (quota raddoppiata rispetto a vent’anni fa) dichiara di aver bisogno di un aiuto nella vita quotidiana, ma specifica anche che: il 31,7% ne ha bisogno solo “di tanto in tanto” e solo il 4,9% ne ha bisogno “spesso”. Ma cosa si intende per “aiuto saltuario”? Nella stragrande maggioranza dei casi si tratta di aiuti di piccolo o medio conto legati alla complessità della vita moderna o a lievi cali fisici: piccoli lavori di manutenzione domestica, il trasporto per visite mediche, il fare la spesa pesante, o il supporto nella gestione di pratiche burocratiche e digitali.

Il raddoppio di questa percentuale in vent’anni non indica quindi, a nostro avviso, necessariamente che gli anziani di oggi siano più malati di quelli del 2006, quanto piuttosto che: la società è diventata più complessa e digitalizzata, aumentando il bisogno di supporto amministrativo/tecnologico; c’è una maggiore consapevolezza e minore remora nel dichiarare di avere bisogno di una mano per mantenere la propria ottima qualità di vita, preferendo prevenire la perdita di autonomia piuttosto che nasconderla.

In conclusione, guardiamo alla realtà del mondo anziano con un po’ più di ottimismo. E, soprattutto, diamoci tutti da fare per migliorarla!

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