XIX Legislatura: dare certezze al futuro. Le proposte dell’Anap e del Cupla

La XIX Legislatura della Repubblica Italiana si avvia in uno scenario di grandi difficoltà per l’economia, per le imprese, per i cittadini, per le famiglie, per giovani ed anziani.

Le preoccupazioni legate alla pandemia da Covid-19 sono state per il momento messe un pò da parte dai cittadini e dalle stesse Istituzioni, che hanno allentato, se non eliminato, le limitazioni e le misure precauzionali obbligatorie che hanno caratterizzato quasi tre anni della nostra esistenza ed hanno pesantemente condizionato la vita della gente e delle imprese, incidendo non solo sull’economia, ma soprattutto sulla salute delle persone, tra cui gli anziani che hanno pagato il tributo più alto in termini di decessi, di disagi fisici e mentali, di aumento della solitudine.

Per fortuna che, grazie anche ai vaccini e alle nuove terapie che sono state messe a punto, nonché alla maggiore confidenza della gente con le misure precauzionali di protezione individuale e collettiva, il virus sembra aver allentato un po’ la presa, anche se le sue mutazioni ci hanno insegnato che ha una straordinaria capacità di sopravvivenza e di riprodursi. Sicché sarebbe un grave errore dare per vinta la battaglia ed è opportuno considerare ancora il Coronavirus come una questione emergenziale nel Paese, adottando prontamente – ove necessario – le misure di prevenzione, ed anche di restrizione, atte a debellarlo.

Peraltro, la pandemia ha messo in rilievo l’inadeguatezza del nostro sistema sanitario nel rispondere allo stress causato dall’aumento abnorme dei ricoveri ordinari e in terapia intensiva, ma ha anche evidenziato carenze macroscopiche nell’assistenza sociale e territoriale, specie in situazioni in cui persone anziane fragili durante i periodi di lockdown si sono trovate in piena solitudine e privi di ogni supporto morale e materiale.

In questo particolare momento, però, la preoccupazione più grande sembra essere l’avanzata dell’inflazione e la povertà dilagante, che, a sua volta, ha a monte l’atrocità della guerra in Ucraina e l’aumento dei costi energetici che ha provocato. Secondo una recente Ricerca dell’Istituto Nazionale per la Comunicazione, con il patrocinio di Rai per la Sostenibilità-Esg, l’emergenza più sentita in Italia, sia dall’opinione pubblica che da chi opera nel Terzo Settore, è appunto quella della povertà. Poi vengono: l’insicurezza alimentare e la possibile carenza di materie prime dovute all’instabilità delle relazioni internazionali, il rischio del collasso del sistema sanitario nazionale, gli arretramenti nella lotta al cambiamento climatico, oltre, ovviamente, al ridiffondersi del virus.

Riguardo, in particolare, ai costi della bolletta energetica, a partire dal terzo trimestre 2021 il Governo Draghi ha progressivamente introdotto misure importanti per contrastare gli effetti del caro prezzi sui bilanci delle famiglie con misure di mitigazione tariffaria, il rafforzamento dei bonus sociali ed altri interventi, mettendo in campo circa 63 miliardi che hanno contribuito a contenere l’impatto dell’aumento dei prezzi sulle famiglie al 3,7%, anziché al 6,9% come sarebbe stato senza misure di sostegno, e ciò ha giovato soprattutto alle famiglie più povere (Report dell’Ufficio parlamentare di Bilancio).

Tuttavia, nonostante questi interventi, molte imprese stanno chiudendo perché non sono in grado di pagare l’aumento dei costi delle bollette energetiche e le famiglie, con l’inflazione che rasenta ormai il nove per cento e che colpisce maggiormente i più poveri, mentre invece i salari e le pensioni rimangono pressoché invariati, sono esauste e non sono in grado di pagare le bollette di luce e gas, col rischio di passare l’inverno al freddo.

Molti pensionati, per i quali i costi energetici assorbono parti sempre più ingenti dei loro trattamenti, si rivolgono alle sedi delle Organizzazioni aderenti al CUPLA chiedendo di intervenire presso le autorità per una riduzione o la rateizzazione delle bollette.

Si auspica che il nuovo Governo saprà adottare politiche adeguate per venire incontro soprattutto alle classi più povere della popolazione e a quanti debbono far fronte alle difficoltà con introiti del tutto insufficienti e senza possibilità di integrare il loro reddito, come per esempio i pensionati, dando un po’ di fiducia e di serenità al Paese, oggi invischiato in una crisi non solo economica e sociale, ma anche internazionale.

A questo proposito, il Recovery Plan deve essere innanzitutto uno strumento per finanziare e stimolare la ripresa economica, senza dimenticare, però, che deve costituire anche l’occasione per fare importanti riforme di fondo attese da decenni e per avviare decisivi interventi nel campo sociale e sanitario che da una parte colmino i divari con altre nazioni europee e dall’altra pongano le basi affinché il nostro Paese preparato e strutturato ad ogni evenienza.

Fattori da considerare

Secondo il CUPLA qualsiasi proposta di intervento di riforma o revisione legislativa che abbia l’obiettivo di migliorare la sicurezza economica, sociale e sanitaria dei cittadini – e per quanto ci riguarda dei soggetti anziani – deve tener conto, oltre che dell’evento pandemia, dei fattori sopra citati e di altri che caratterizzano lo scenario attuale.

Il disagio economico dei pensionati

In occasione della Giornata internazionale per la lotta contro la povertà, AGE Platform Europe ha pubblicato un’indagine tra i propri membri sull’impatto dell’aumento dei prezzi sugli anziani e sull’adeguatezza delle risposte dei governi ad esso.

I risultati sono chiari: a livello di Unione Europea la povertà e l’esclusione sociale delle persone di età superiore ai 65 anni sono aumentate fin dal 2015 e gli attuali shock dei prezzi stanno peggiorando una tendenza già negativa. Nel 2020, quasi una persona su cinque con più di 65 anni era a rischio di povertà ed esclusione sociale, con percentuali più elevate per le persone con più di 75 anni ed in particolare per le donne. A livello italiano i pensionati a rischio povertà superano abbondantemente il 50% del totale.

Inoltre va posto in evidenza come l’inadeguatezza del sistema di indicizzazione delle pensioni, con i ripetuti blocchi della perequazione automatica, l’aggravio del carico fiscale, specialmente quello locale, nonché la disparità di trattamento fiscale dei redditi pensionistici rispetto a quelli da lavoro dipendente, abbiano contribuito negli ultimi anni ad una sensibile diminuzione del potere di acquisto delle pensioni, tanto per quelle basse, quanto per quelle di importo più elevato.

Nonostante ciò, i pensionati nel periodo della pandemia sono stati spesso l’unico supporto delle famiglie dei figli colpite dalle chiusure delle attività.

Il fattore demografico

L’Italia è il Paese delle contraddizioni demografiche, con una delle percentuali più basse al mondo di nuovi nati e di giovani in rapporto alla popolazione totale e una delle percentuali più alte di anziani, i quali peraltro hanno il triste primato del numero più alto di anni vissuti in condizione di non autosufficienza rispetto ai loro coetanei europei. Questo può spiegare il perché del numero di morti da Covid più alto rispetto ad altri Paesi. Peraltro la durata media della vita, il cui aumento rappresenta una conquista, si è contratta negli ultimi anni a causa della pandemia, ma sicuramente il valore si espanderà di nuovo una volta sconfitto il virus.

L’invecchiamento della popolazione può porre problemi riguardo al rapporto giovani/anziani, nonché problemi di sostenibilità dei sistemi previdenziali e sanitari, ma, se opportunamente interpretato e gestito, può rappresentare una opportunità di crescita complessiva. Si pensi ad esempio alla Silver Economy o Economia d’Argento, vale a dire al complesso delle attività economiche rivolte specificamente alla popolazione con 65 anni o più e che offrono servizi materiali e immateriali, beni, prodotti di consumo o investimento nonché forme di assistenza psicologica, riabilitativa e sanitaria.

Il fenomeno della non autosufficienza

Son oltre 3,5 milioni le persone non autosufficienti in Italia che richiedono assistenza continua – la stragrande maggioranza di esse anziane -, senza contare le molte altre che hanno bisogno quotidianamente di un supporto.

La risposta data dalle Istituzioni a queste persone è del tutto insufficiente dal punto di vista monetario e dei servizi assicurati, oltre che frammentata, dispersiva e disomogenea tra Regione e Regione.

Peraltro va considerato che con il previsto invecchiamento della popolazione la quota di anziani non più in grado di badare a sé stessi è destinata a crescere e ad esercitare una pressione ancor più alta sulle strutture socio-sanitarie.

Su questo importante argomento va evidenziato il prezioso lavoro fatto dal “Patto per il nuovo welfare per la non autosufficienza”, il raggruppamento di Associazioni, sindacati, enti no-profit, organizzazioni della società civile che operano nel campo della tutela e dei servizi agli anziani (ivi comprese le associazioni aderenti al CUPLA), che ha elaborato, in connessione con le Commissioni governative all’uopo costituite, un progetto di riforma della non autosufficienza che costituisce l’ossatura del disegno di legge approvato, come atto politico importante, dal Governo Draghi nell’ultima seduta del Consiglio dei Ministri.

Si auspica che il nuovo Governo faccia suo questo progetto, eventualmente con alcune migliorie, per dotare finalmente il nostro Paese di una legge sulla non autosufficienza adeguata e al passo coi tempi e per poter usufruire del finanziamento specifico previsto dal PNRR.

Le strutture residenziali per anziani

Se ce ne fosse stato bisogno, la pandemia ha mostrato tutte le carenze del sistema di residenzialità in Italia, che non solo è largamente insufficiente per numero di strutture pubbliche o private convenzionate, ma presenta anche condizioni di fatiscenza e inadeguatezza assistenziale. Prova ne è l’impressionante numero di morti che si sono verificati nelle RSA e la diffusione del contagio all’interno delle strutture che ha interessato ugualmente pazienti ed operatori sanitari.

Dall’inadeguatezza del sistema residenziale pubblico – e dall’insufficienza delle risposte pubbliche alla non autosufficienza – deriva il forte coinvolgimento economico e assistenziale delle famiglie nel lavoro di cura, con il ricorso tipicamente italiano alle assistenti familiari (o badanti) quando le condizioni economiche lo consentono, oppure con il sacrificio personale, quasi sempre al femminile.

Va messo in evidenza che manca, nel disegno di legge sulla non autosufficienza approvato dal Governo Draghi, un progetto per il rafforzamento dei servizi residenziali e un’attenzione alla tutela e alle garanzie per le assistenti familiari, un vuoto che speriamo possa essere colmato dal nuovo Esecutivo.

Le carenze del Sistema sanitario

Nonostante l’aumento della popolazione anziana e la maggiore richiesta di assistenza, abbiamo assistito da molti anni a questa parte ad una riduzione in termini reali del finanziamento del nostro Sistema Sanitario Nazionale, con conseguente riduzione del numero dei posti letto e del personale sanitario addetto.

Se guardiamo, ad esempio, i letti di terapia intensiva, pur con l’ampliamento effettuato dall’inizio della pandemia (l‘Italia è passata da 8.6 posti-letto per 100.000 abitanti a 14), siamo comunque ancora sempre dietro a Germania (34 posti letto di terapia intensiva per 100.000 abitanti), Austria (29), Belgio (17) e Francia (17).

Anche per quel riguarda il Personale Sanitario operante negli ospedali in Italia, nel 2016 i medici ospedalieri erano circa 130 mila (successivamente sono anche diminuiti), mentre in Germania sono 190 mila ed in Francia 172 mila. Così come è evidente la carenza di personale infermieristico, con 5.8 infermieri ogni 1000 abitanti, contro la media OCSE pari a 8.8 e con un grande distacco da Austria (6.9), Francia (10.5), Belgio (11) e Germania (12.9).

Ciò ha comportato una risposta qualitativamente e quantitativamente inferiore da parte delle strutture pubbliche, con tempi di attesa per le prestazioni spesso insostenibili ai fini della cura e soprattutto della prevenzione, e contemporaneamente si è verificato il lievitare del ricorso al privato e il conseguente spostamento della spesa a carico delle famiglie.

Di fronte all’emergenza Covid-19, il SSN ha risposto con l’esemplare abnegazione del personale sanitario (medici e infermieri) a cui va tutto il nostro grande ringraziamento, ma ha anche mostrato le carenze della medicina territoriale e dell’assistenza domiciliare, che hanno contribuito decisamente al sovraccarico degli ospedali e alla mancanza di tempestività nella presa in carico dei malati.

Il contesto sociale e la solitudine degli anziani

I problemi di solitudine e di isolamento degli anziani nel contesto di una società in evoluzione che tende ad emarginare quanti non rivestono più un ruolo attivo e in ambienti familiari frammentati, ben diversi da quelli uniti di qualche decennio di anni fa, erano ben presenti anche prima del Covid-19. Tuttavia, l’impatto delle restrizioni durante la pandemia si è aggiunto al diffuso isolamento che colpisce gli anziani, diventando per loro devastante. La necessità di ridurre le interazioni sociali ha drammaticamente ridotto lo “spazio vitale” di molti anziani, con un impatto negativo non solo sullo stato di funzione fisica ma anche sul tono dell’umore e a volte anche sulla performance cognitiva, i cui costi non tarderanno ad appalesarsi nel breve-medio termine.

Inoltre l’isolamento domestico ha comportato una significativa riduzione del livello di attività fisica con conseguenze negative in particolare nei soggetti affetti da osteoporosi, artrosi, sarcopenia (perdita di forza e massa muscolare), malattie neurologiche come il Parkinson, diabete mellito, malattie cardiovascolari.

L’accelerazione sulla digitalizzazione

Una delle conseguenze della pandemia da Coronavirus è quella di aver accelerato la transizione verso l’adozione di tecnologie digitali. Il confinamento a casa, il divieto di contatti personali, la chiusura di uffici pubblici aperti al pubblico, la chiusura di molti negozi per le vendite con presenza, la nuova organizzazione dell’accesso a banche, uffici postali, luoghi di lavoro, nonché la fruizione di servizi sanitari e dello stesso medico di famiglia attraverso prenotazioni, hanno cambiato permanentemente il modo di approcciarsi con la Pubblica Amministrazione e con quanti erogano servizi, ponendo molti anziani in seria difficoltà.

Alcuni di essi, la maggior parte per la verità, hanno iniziato a prendere confidenza con il web per fare acquisti, nei rapporti col medico di fiducia e col SSN, per interloquire con la pubblica amministrazione, per rimanere in contatto visivo con figli e nipoti, ma per una parte di essi le tecnologie digitali rappresentano ancora un tabù e quindi debbono essere aiutati.

Le proposte del CUPLA

Il Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza (PNRR) italiano è il documento programmatico del Governo da cui dovrebbe derivare un finanziamento da parte dell’Unione Europea di un ammontare complessivo pari a 209 Miliardi di euro per progetti da sviluppare nell’arco del 2021, 2022 e 2023 e costituisce quindi l’occasione unica per il rilancio dell’Italia, per il superamento delle diseguaglianze territoriali, di genere e generazionali che gravano sul Paese, fattibile solo con l’impegno profuso dagli Enti territoriali Comuni e Regioni insieme a quello dell’amministrazione centrale.

Recentemente il Governo ha svolto la seconda relazione al Parlamento sull’attuazione del PNRR, da cui risulta che gli obiettivi del primo semestre del 2022 sono stati tutti raggiunti, come ha accertato anche la Commissione Europea. Ciò significa che l’Italia potrà ricevere altri 21 miliardi di euro, dopo i 45,9 miliardi ricevuti negli scorsi mesi. In riferimento al secondo semestre dell’anno, sono già stati conseguiti 21 dei 55 obiettivi e traguardi previsti per la fine dell’anno, e presumibilmente se ne raggiungeranno 29 entro la fine di ottobre.

Il CUPLA auspica che, nell’attuazione del Piano, vengano sempre tenute presenti dal nuovo Governo le istanze da tempo avanzate dai pensionati e dagli anziani e che ci sia lo spazio nella gestione pluriennale dei progetti per intervenire su alcune questioni di grande spessore che interessano direttamente le classi più deboli della società.

Il CUPLA avanza le proposte che seguono, le quali non esauriscono l’ambito delle rivendicazioni del nostro mondo degli anziani, ma costituiscono le priorità in questo particolare e difficile momento sociale, sanitario ed economico del nostro Paese ed in generale nella storia dell’umanità. Esse sono riassumibili in tre grandi filoni:

Questione reddituale, povertà, emergenza energetica

Dagli ultimi dati dell’Osservatorio sulle pensioni dell’INPS risulta che nel 2021 sono state 10.363.076 (circa il 60% del totale) le pensioni con un importo inferiore a 750 euro erogate dall’Istituto. Questa percentuale (che per le donne sale ad oltre il 70%) costituisce la media di tutte le Gestioni dell’INPS ed è già di per sé significativa della collocazione di una grandissima parte dei pensionati sotto la soglia della povertà. Ma se si prendono solo le Gestioni degli ex lavoratori autonomi, la quota di coloro che stanno al di sotto dei 750 euro mensili è ben più elevata. Esiste, quindi, ed è ben radicato, un problema di povertà dei pensionati, ed in modo particolare degli ex autonomi, problema che è dovuto anche alla lenta erosione del potere di acquisto dei trattamenti e che è esploso con la fiammata inflazionistica del periodo più recente.

In un recente studio commissionato dal CUPLA al CER (Centro Europa Ricerche) viene evidenziato che negli ultimi dieci anni il potere di acquisto delle pensioni si è ridotto in maniera assai cospicua. Cumulando le perdite registrate dal 2009 al 2019 si arriva ad una perdita pari a circa 3.400 euro per una pensione di 1.000 euro lorde al mese e a circa 26 mila euro nel caso di un reddito di 4.000 euro lorde il mese. Tale studio non tiene conto, però, del più recente caro energia, che ha alimentato l’inflazione.

Le pensioni si sono enormemente impoverite a causa dell’effetto combinato di tre fattori, due strutturali e uno più contingente. Il primo fattore strutturale è rappresentato dal meccanismo di adeguamento automatico del valore delle pensioni alle variazioni dei prezzi, che è il responsabile principale della perdita di potere di acquisto delle pensioni superiori a 1.500 euro lordi mensili. Il secondo fattore è rappresentato dall’aumentato del prelievo fiscale sui redditi pensionistici, specialmente con l’espansione delle addizionali locali, ed è questo il responsabile principale dell’impoverimento delle pensioni inferiori a 1.500 euro lorde mensili. Il terzo e più incidente fattore, di tipo contingente, è rappresentato dall’aumento abnorme del costo della vita, specialmente nella gestione quotidiana della vita, che si ha in questo periodo di crisi energetica e internazionale, aumento che non potrà mai essere recuperato dalla rivalutazione automatica delle pensioni, né sono sufficienti le pur apprezzabili misure di aiuto messe a punto dal Governo Draghi.

L’introduzione del bonus Irpef solo per i lavoratori dipendenti ha, inoltre, accentuato la disparità di prelievo tra questi e i pensionati.

Il CUPLA avanza le seguenti proposte:

Sostenere con particolare urgenza i redditi dei pensionati, con particolare riguardo alle fasce economicamente più deboli e andando in soccorso di tanti anziani che non possono pagare le bollette di luce e gas e rischiano di passare l’inverno al freddo o di non poter pagare le quote condominiali;

  • Adeguare, seppur gradualmente, i trattamenti minimi di pensione al 40 per cento del reddito medio nazionale;
  • Riformare il meccanismo di rivalutazione annuale calcolata dall’ISTAT adottando l’indice dei prezzi al consumo armonizzato per i paesi dell’Unione europea (IPCA), decisamente più adatto del FOI per misurare le variazioni del costo della vita per gli anziani, includendo i generi per loro di prima necessità, le spese farmaceutiche, le prestazioni specialistiche non a carico del Servizio Sanitario Nazionale, le spese per le assistenti familiari;
  • Ripristinare la doppia indicizzazione delle pensioni, non solo in base alle variazioni dei prezzi, ma anche in base alla variazione della massa delle retribuzioni lorde di contabilità nazionale (aggancio alla dinamica salariale).
  • Colmare lo svantaggio in fatto di tassazione ai danni dei pensionati o allineando le detrazioni da lavoro dipendente e da pensione, oppure introducendo un nuovo bonus Irpef pensionati, che coinvolga, ad esempio tutti coloro che percepiscono pensioni basse, escluse quelle assistenziali.

Salute, assistenza, disabilità

L’emergenza sanitaria ha messo a nudo le carenze del nostro sistema pubblico di tutela della salute e della dignità delle persone anziane: dalle infrastrutture sociali al sistema territoriale di prevenzione e cura, dal coordinamento degli interventi socio-sanitari alla precarietà del sistema di residenzialità e di lungodegenza, dalla scarsità di personale sanitario alla inadeguatezza dell’assistenza alle persone non autosufficienti, dalla insufficienza delle risorse dedicate al Fondo sanitario nazionale a alla scarsità di quelle dedicate alle politiche sociali sul territorio. D’altra parte alcuni dati sulla spesa complessiva del nostro Paese per il Servizio Sanitario Nazionale sono assai eloquenti: l’Italia è al quindicesimo posto in ambito europeo per percentuale di PIL dedicato alla spesa sanitaria (media europea 9,9% contro 8,8 % per l’Italia), ma, se togliamo la quota parte a carico dei pazienti, in realtà la spesa pubblica per la sanità risulta essere del 6% circa nel nostro Paese, contro il 12,4 % della Svizzera, l’11,3 % di Francia e Germania, l’11% della Svezia, il 10,3% del Belgio, etc.

Abbiamo sperimentato sul campo non solo quanto nel settore socio-sanitario il nostro Paese viaggi con velocità e modalità diverse a seconda dei territori, ma anche quale confusione e inconvenienti generi un contrasto tra governi regionali e governo nazionale.

Ciò può essere frutto di approcci diversi da parte delle singole Amministrazioni regionali, ma certamente deriva a monte da interventi normativi nazionali da rivedere o da perfezionare e – su tutto – da un assetto costituzionale ambiguo nella distribuzione delle competenze nella materia.

La sanità deve essere uno dei cardini sui quali deve far affidamento la ripresa economica, nella consapevolezza che un Sistema sanitario inadeguato non preserva le attività economiche e i settori produttivi da possibili interruzioni o difficoltà di gestione dell’emergenza e le attività di relazione da fenomeni di mancanza di coesione sociale.

Nel campo socio-sanitario è necessario:

  • Potenziare e riqualificare l’Assistenza Domiciliare assicurando la continuità tra acuzie e lungodegenza;
  • Assicurare il diritto a tutti gli anziani di poter fruire di strutture residenziali sane e con standard qualitativi alti e che comunque rispettino la dignità delle persone, facendo dimenticare quanto tristemente si è verificato nelle RSA in occasione della pandemia;
  • Strutturare o consolidare Servizi adeguati (Ambulatori della fragilità e della cronicità) volti ad intercettare attraverso figure/team professionali preparati (infermieri/geriatri di comunità) la condizione di fragilità fisica e cognitiva prima che questa si traduca nella condizione più onerosa (sia in termini sia economici che di qualità di vita) di non autosufficienza;
  • Riconfermare e perseguire nei fatti il carattere nazionale ed universalistico del Servizio Sanitario Nazionale, sostenendolo con una adeguata dote di risorse;
  • Potenziare gli ospedali pubblici attraverso massicce assunzioni di personale medico, infermieristico e tecnico e tramite la dotazione strutturale di un numero adeguato di posti letto ordinari e in terapia intensiva, con misure che rafforzino il sistema anche nella capacità funzionale di rispondere alle emergenze e colmando le differenze esistenti fra Italia e altri Paesi;
  • Predisporre il sistema socio-sanitario per la prevenzione e la tutela della salute di tutti i pazienti di tutte le patologie, senza sacrificare i reparti non Covid, tipo quelli di oncologia medica, di cardiologia, di ematologia, di medicina interna-geriatria che debbono rimanere pienamente operative sia a livello ospedaliero che a livello ambulatoriale;
  • Predisporre un piano per ridurre le sperequazioni territoriali, sia nel campo sanitario che in quello socio-assistenziale;
  • Individuare i Livelli Essenziali delle prestazioni per assicurare in modo uniforme in tutto il Paese il diritto alle salute e all’assistenza sociale, superando le incongruenze e la frammentazione esistenti e perseguendo la piena integrazione tra gli interventi dei Livelli sociali con quelli dei LEA sanitari;
  • Spostare il baricentro dall’ospedale alla medicina territoriale, anche attraverso la istituzione di strutture ad hoc, atte a svolgere funzioni attualmente svolte dagli ospedali, in collaborazione strutturata con i medici di medicina generale.

Un particolare discorso va fatto per il grande problema della non autosufficienza in Italia, vista la particolare caratteristica di avere una percentuale molto alta di anziani con uno stato di salute – rispetto ad altri Paesi – più precario nell’età più avanzata.

Malgrado i continui allarmi demografici, tuttavia l’Italia è ancora largamente impreparata ad affrontare la sfida della non autosufficienza, avendo un sistema di interventi monetari e prestazionali dispersivo, frammentato, disomogeneo, largamente insufficiente a coprire le necessità dei disabili e delle loro famiglie, per cui è necessario un riordino complessivo attraverso un provvedimento legislativo nazionale.

Basta guardare ad alcuni dati per rendersi conto di quanto il nostro Paese sia in ritardo rispetto ad altri Paesi europei in fatto di assistenza ai non autosufficienti:

  • L’Italia non ha mai fatto una riforma dedicata alla non autosufficienza, mentre l’Austria l’ha fatta nel 1993, la Germania nel 1995, la Francia nel 2002, la Spagna nel 2006.
  • I posti letto nelle strutture residenziali ogni 100 persone over 65 sono l’1,9% in Italia, mentre in Germania sono il 5,4%, in Francia il 5%, in Austria il 4,6%, in Spagna il 4,4%. Solo la Grecia sta ai nostri livelli (1,8%).
  • Solo il 6,5% degli anziani usufruisce in Italia dei servizi domiciliari, livello assai distante dalle necessità e dalle buone pratiche europee, peraltro con una media di 18 ore annue, assolutamente non adeguate allo scopo.

E’ quindi necessario ed urgente rivedere e coordinare l’intera materia che riguarda la non autosufficienza ed attuare quanto previsto allo scopo nel Recovery Plan. Il CUPLA auspica che il nuovo Governo dia il via libera, e lo presenti al nuovo Parlamento per l’approvazione, al disegno di legge delega sulla non autosufficienza predisposto dal Governo Draghi, eventualmente integrandolo e modificandolo in alcuni punti che risultano carenti, sempre coinvolgendo il “Patto per il nuovo welfare” – di cui fanno parte anche le Organizzazioni del CUPLA -, che ha contribuito in modo determinante alla stesura del testo. Queste dovrebbero essere le direttive principali:

  • Costituire un sistema di tutela della non autosufficienza, che può essere denominato SNA (Sistema Nazionale Assistenza Anziani), che comprenda tutte le misure di responsabilità pubblica – sociali e sanitarie – per l’assistenza agli anziani non autosufficienti;
  • Costruire un unico Sistema integrato della non autosufficienza, superando l’attuale frammentazione degli interventi, definendo e programmando l’utilizzo di tutte le risorse disponibili congiuntamente con i diversi soggetti coinvolti, a livello statale, regionale e locale. Nei territori, fornire le diverse risposte insieme, nel contesto di progetti assistenziali integrati;
  • Incrementare le risorse dedicate alla non autosufficienza in modo da assicurare adeguati livelli essenziali sanitari (LEA) e sociali (LEPS), livelli da definire, in coerenza con la nuova logica, in modo contestuale e unitario;
  • Superare gli ostacoli che rendono spesso difficile, per familiari e anziani, stabilire il primo contatto con i servizi pubblici puntando sul Punto Unico di Accesso, quale luogo fisico di facile individuazione che offra informazioni sugli interventi disponibili, orientamento su come riceverli e supporto nelle pratiche amministrative;
  • Semplificare il sistema di valutazione delle condizioni degli anziani ai fini dell’accesso alle prestazioni attraverso un’unica Valutazione Nazionale che assorba le diverse procedure nazionali esistenti, collegando ad essa la successiva valutazione multidimensionale territoriale, di competenza di Regioni e Comuni, per ottenere le prestazioni di loro responsabilità;
  • Dare priorità alla permanenza a casa degli anziani non autosufficienti assicurando risposte unitarie da parte di Comuni e Asl; offrendo un appropriato mix di prestazioni: medico-infermieristico-riabilitative, di aiuto all’anziano nelle attività fondamentali della vita quotidiana e di affiancamento a familiari e badanti; garantendo l’assistenza per il tempo effettivamente necessario, stabilendone la durata in base ai bisogni di anziani e familiari;
  • Qualificare sostanzialmente i servizi residenziali per poter assistere in modo appropriato gli anziani che non è possibile seguire a domicilio, garantendo la dotazione di personale competente necessaria; assicurando la qualità degli ambienti di vita, la tutela dei diritti e della privacy; privilegiando modelli costruttivi e organizzativi amichevoli, domestici e familiari;
  • Costruire un sistema di servizi integrato e omogeneo su tutto il territorio nazionale.
  • Riformare l’indennità di accompagnamento, tramutandola in prestazione universale per la non autosufficienza, confermando per essa l’universalismo, ma mantenendo la possibilità di riceverla esclusivamente in base al bisogno di assistenza e graduando il suo ammontare in modo che aumenti al crescere del bisogno;
  • Sostenere i familiari che si prendono cura degli anziani prevedendo un’assistenza a domicilio che garantisca un appropriato pacchetto di prestazioni e una durata adeguata, nonché specifiche misure rivolte ai familiari, quali supporto psicologico, forme di conciliazione tra impegni di cura e di lavoro, tutele previdenziali e altre;
  • Collocare la figura delle assistenti familiari (“badanti”) all’interno dello Sistema Nazionale di Assistenza, da una parte prevedendo incentivi economici per lo svolgimento della loro attività in modo regolare e dall’altra mettendo a punto un profilo professionale nazionale che precisi l’insieme di competenze necessarie e il relativo iter formativo;
  • Immettere nel sistema un ulteriore elemento che possa, fin da adesso, creare una più stabile prospettiva di finanziamento degli interventi pubblici verso i disabili, per esempio costituendo un’assicurazione obbligatoria contro il rischio di non autosufficienza.

Invecchiamento attivo e inclusione

Il fenomeno demografico dell’invecchiamento della popolazione e al tempo stesso la trasformazione della convivenza sociale, nonché degli ambiti familiari e lavorativi, da tempo sollecitano la necessità di individuare percorsi per dare risposte concrete non solo ai problemi che ciò comporta per la comunità, per la sostenibilità del welfare, per l’attività produttiva, per la conciliazione di interessi tra diversi strati sociali e le diverse fasce di età, ma anche alla nuova domanda che avanza di integrazione e partecipazione da parte degli anziani.

Si è sviluppato così il concetto di Invecchiamento Attivo, che vuole sintetizzare l’insieme delle politiche e dei servizi per promuovere e supportare ambiti sociali e di lavoro in cui ciascun individuo possa perseguire i propri interessi e le proprie aspirazioni, in uno o diversi ambiti della sfera sociale e personale, in maniera attiva ed inclusiva, traendone benefici di salute fisica e psichica e, in definitiva, la percezione di una buona qualità della vita. Il CUPLA saluta positivamente che le più importanti Istituzioni a livello internazionale (ONU, C.E.) e lo stesso Governo Italiano abbiano posto tale problematica al centro della loro attività.

Puntare sulla valorizzazione della persona anziana come risorsa per la società nel suo insieme favorisce la sostenibilità del sistema di welfare in termini di riduzione della spesa pubblica per gli interventi di assistenza e cura socio-sanitaria, riduce il peso sul sistema previdenziale, può dare un apporto importante all’economia con le attività che decide di intraprendere, anche come volontariato, nonché agisce come elemento propulsore per la coesione sociale.

La sfida è proprio considerare il concetto di invecchiamento attivo come qualcosa che non riguarda solo l’età anziana, ma l’intero arco della vita, non solo perché la durata più lunga dell’esistenza, e soprattutto la vecchiaia in buona salute, si costruisce fin dall’infanzia, ma anche perché gli input e l’educazione per un miglior rapporto e un’integrazione tra giovani e anziani va costruito e monitorato costantemente ai fini della coesione sociale.

Ad avviso del CUPLA è necessario:

  • Assicurare la piena integrazione e partecipazione delle persone anziane nella società a livello nazionale e regionale attraverso normative adeguate e specifiche e un nuovo sistema di welfare;
  • Promuovere politiche di contrasto alla povertà e alle disuguaglianze che garantiscano l’accesso ai percorsi di invecchiamento attivo anche per gli anziani in condizioni di fragilità, sia socio-economica che dal punto di vista della salute;
  • Per la tutela della salute della popolazione, compresa la salute mentale, investire in campagne di comunicazione rivolte a tutte le fasce d’età, dai bambini nelle scuole alle persone anziane, con interventi che mirino al coinvolgimento delle persone anziane in attività fisiche e sociali e alla promozione di stili di vita sani (dieta equilibrata, ecc.).
  • Promuovere l’apprendimento permanente e favorire lo scambio intergenerazionale di conoscenze reciproco tra giovani ed anziani, mettendo a frutto le conoscenze e le professionalità, anche imprenditoriali, degli anziani ex lavoratori autonomi (artigiani, agricoltori, commercianti), azioni di formazione da indirizzare anche verso giovani migranti e rifugiati al fine di favorirne l’inclusione sociale;
  • Favorire lo sviluppo delle competenze digitali tra le persone anziane. A tal fine la formazione e l’apprendimento continuo devono includere anche le competenze digitali, facilitando così anche l’accesso ai servizi che riguardano la salute e l’assistenza, nonché l’inclusione sociale degli anziani e dei disabili al fine di ridurne l’isolamento;
  • Favorire, anche attraverso forme di divulgazione di buone pratiche, lo sviluppo e la partecipazione a programmi di volontariato per tutti i gruppi di età, incoraggiando gli anziani ad utilizzare a questo scopo le piattaforme digitali;
  • Prevedere campagne di stampa e pubblicitarie, anche attraverso le TV, volte a far comprendere a tutti i cittadini, ed in particolare ai giovani, l’importanza del rapporto intergenerazionale e interpersonale ai fini della coesione sociale, diffondendo anche una comunicazione per la riaffermazione di alcuni valori che debbono essere alla base della coesistenza civile e familiare;
  • Prevedere un sistema normativo stringente di garanzia affinché alle persone anziane venga assicurato il sostegno di cui hanno bisogno per condurre una vita dignitosa, sia nelle proprie case che nelle case di cura, scongiurando e prevenendo ogni forme di abuso su di essi, di natura fisica come di natura psicologica o economica;
  • Rivedere completamente il sistema della residenzialità, ampliando l’offerta pubblica e qualificando e mettendo in sicurezza gli alloggi, le residenze assistite, le comunità alloggio e altre forme di residenzialità che si adattino alle diverse esigenze di questo gruppo della popolazione, con particolare riguardo alle aree rurali che scontano la lontananza dai centri urbani e dalle reti sanitarie e assistenziali, senza dimenticare lo spopolamento e quindi l’invecchiamento progressivo dei soggetti residenti. In tali territori si potrebbe prevedere la riconversione di strutture pubbliche o anche agrituristiche, che hanno esaurito la loro funzione ricettiva originaria, in residenze socio-sanitarie.
  • Prevenire, anche in collaborazione con le forze dell’ordine, le truffe e i raggiri ai danni degli anziani;
  • Promuovere iniziative che facilitino lo spostamento e la mobilità da parte degli anziani per poter accedere a tutti i servizi attivi all’interno della comunità, ivi compresi quelli per la salute e per l’istruzione;
  • Promuovere l’adeguamento degli standard edilizi e urbanistici, nonché la riorganizzazione degli spazi abitativi, in un’ottica di invecchiamento attivo.

Sui temi sopra enunciati il CUPLA propone al Governo di istituire un tavolo di lavoro permanente (Piano Anziani Nazionale – PAN) composto da Ministeri coinvolti, dal CUPLA, dalle altre Organizzazioni dei pensionati, dal Volontariato, dal Terzo Settore e dall’ANCI, nel quale si possa avviare un confronto costante utile a definire le azioni da realizzare nel futuro tese a risolvere le attuali criticità.