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La riforma dell’invalidità nell’era digitale: l’impegno dell’INPS per procedure più semplici e umane
L’Inps, come sottolineato dal suo Presidente al Convegno di Bologna, accelera sulla digitalizzazione dell’invalidità civile, ma l’attuazione della riforma sconta i ritardi strutturali del Paese e il rinvio dell’applicazione omogenea a livello nazionale.
Il 19 maggio scorso si è tenuto a Bologna un Convegno dal titolo “Dall’intelligenza artificiale all’intelligenza sociale. La Riforma della Disabilità: un percorso condiviso” promosso dalla Direzione regionale INPS Emilia-Romagna in collaborazione con la Regione Emilia-Romagna. L’evento ha registrato una convergenza di consensi attorno all’impianto della riforma (tracciato dal D.Lgs. 62/2024 e dai successivi correttivi), considerata da tutti i presenti un passo storico per il superamento della logica puramente assistenzialistica e monetaria, a favore di una centralità del “Progetto di Vita” della persona.
Dal 1° marzo le province di Bologna, Piacenza, Ravenna e Rimini sono coinvolte sulla riforma della disabilità affidata all’INPS per cui – è stato evidenziato – risulta fondamentale un raccordo operativo stabile tra Istituto, enti locali, AUSL e gli altri soggetti del sistema sociale e sanitario, quale condizione essenziale per assicurare continuità dei percorsi e uniformità applicativa.
Gli interventi
“Digitalizzazione e Intelligenza artificiale stanno contribuendo a sostenere la riforma della disabilità lungo tre direttrici fondamentali: semplificazione, interoperabilità e centralità della persona. Stiamo lavorando per costruire una Pubblica Amministrazione più semplice, più accessibile e più umana“.
È quanto ha affermato il Presidente dell’INPS, Gabriele Fava il quale nel corso dei lavori ha anche evidenziato il valore culturale della riforma della disabilità:
Per anni il sistema si è concentrato prevalentemente sull’accertamento della condizione di disabilità. Oggi il centro diventa invece il progetto di vita della persona. Significa passare da una logica assistenziale a un modello capace di accompagnare concretamente autonomia, aspirazioni e percorsi individuali. È il significato più autentico di un welfare generativo. L’Intelligenza artificiale – ha concluso il Presidente dell’INPS – non rappresenta il fine, ma uno strumento per costruire istituzioni più vicine, più intelligenti e più umane.
Per Valeria Vittimberga, Direttore generale dell’Istituto, “la vera sfida oggi è comprendere se questa innovazione sarà capace di produrre inclusione, dignità e prossimità sociale. Perché una tecnologia che non migliora concretamente la vita delle persone rischia di aumentare le distanze, soprattutto per chi vive condizioni di fragilità o disabilità. È qui che si gioca il passaggio decisivo del nostro tempo: quello dall’Intelligenza artificiale all’Intelligenza sociale, la capacità delle istituzioni di ascoltare, comprendere, accompagnare; la capacità di leggere i bisogni reali delle persone e di costruire risposte integrate, personalizzate, dignitose” .
Perché una tecnologia che non migliora concretamente la vita delle persone rischia di aumentare le distanze, soprattutto per chi vive condizioni di fragilità o disabilità. Per la Direttrice generale dell’INPS la riforma della disabilità rappresenta un passaggio culturale: “è il superamento di una logica frammentata e prevalentemente prestazionale per arrivare a una presa in carico più complessiva della persona e del suo progetto di vita”.
Secondo Francesco Ricci, Direttore regionale INPS, “l’attuazione della riforma richiede alle strutture territoriali un impegno volto a rafforzare le reti relazionali, utilizzando tutti gli strumenti che la tecnologia mette a disposizione, al fine di consolidare l’intelligenza sociale e di rendere le comunità più coese e inclusive”.
Considerazioni Anap
L’Associazione si è sempre dichiarata favorevole alle innovazioni previste dalla Legge di riforma dell’invalidità e apprezza lo sforza dell’Istituto per rendere le procedure “più semplici e umane” ma non può non rilevare come la realtà del Paese descrive un quadro decisamente più sfumato e complesso di quello che si sbandiera. Se da un lato l’entusiasmo per l’integrazione tecnologica e l’innovazione è unanime, dall’altro l’effettiva messa a terra della riforma procede a rilento, tanto che l’applicazione a regime su tutto il territorio nazionale ha subito inevitabili slittamenti.
La legge di riforma e la nuova modalità di presentazione hanno visto un calo di circa il 15% delle domande.
La riduzione del ruolo dei Patronati nella fase iniziale della procedure, la carenza di commissioni INPS e di medici di medicina legale stanno producendo ritardi ed incertezze nei confronti delle persone più fragili.
Attualmente viaggiamo a due velocità: la riforma si trova infatti in un’ulteriore fase sperimentale, recentemente estesa dal Decreto-legge n. 19/2026 a quaranta province pilota. È, in particolare, sulla linea di confine tra sanità e assistenza sociale territoriale che la riforma rischia di arenarsi: la carenza cronica di personale assistenziale nei bilanci comunali e la storica disomogeneità delle prestazioni tra Nord e Sud del Paese (legata alla definizione e al finanziamento dei LEP, i Livelli Essenziali delle Prestazioni) rendono l’attivazione del “Progetto di Vita” un’operazione complessa.
Se non si finanziano adeguatamente i servizi sociali dei Comuni, il rischio è di avere un’invalidità riconosciuta in tempi record a cui però non corrisponderà alcun servizio reale sul territorio.
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